fbpx

“Anatomia di uno scandalo”, la serie Netflix basata sul romanzo best-seller di Sarah Vaughan.

Anatomia di uno scandalo“, acclamata serie Netflix , è protagonista di questa nuova puntata della rubrica Recensioni in Rosa, a cura di Alessandra Carminati, che anche questa volta analizza in modo accurato e attento una storia che si dimostra davvero interessante.

Anatomia di uno scandalo è una miniserie in sei episodi, targata Netflix, tratta dal romanzo omonimo della scrittrice Sarah Vaughan. Sviluppata per il piccolo schermo da Melissa James Gibson e David E. Kelley, la prima già nota per aver scritto alcuni episodi del celeberrimo “House of Cards” e il secondo per essere il creatore di numerosi successi televisivi (tanto per citarne alcuni ricordiamo “Ally McBeal”, “Big Little Lies” e “Boston Public”) la miniserie si avvale inoltre dell’abile regia di S.J. Clarkson che fornisce alla storia un taglio originale e decisamente coinvolgente.

Anatomia di uno scandalo - Netflix

Un legal drama, ma non solo

La storia di per sé all’inizio non sembra particolarmente originale: James Whitehouse, un importante ministro inglese in ascesa interpretato in modo volutamente ambiguo da un ottimo Rupert Friend, si trova a dover affrontare lo scandalo causato dalla scoperta di una sua breve liaison extraconiugale con Olivia Lytton, una sua giovane collaboratrice.

Parrebbe solo un piccolo incidente di percorso nella sua brillante carriera, un’impasse facilmente risolvibile: una telefonata alla moglie per scusarsi e pregarla di restare al suo fianco, un bel discorso fatto in pubblico con relativa ammissione di colpa… per poi dimenticare tutto e andare avanti.

In fondo, James è un personaggio amato, amico fidato del Primo Ministro fin dai tempi dell’università e felicemente sposato con la bellissima e sofisticata Sophie (una luminosa Sienna Miller), disposta a perdonarlo e a restargli vicina.

La situazione però si fa ben presto più complicata, l’ex amante accusa infatti James di averla violentata qualche giorno dopo la rottura della loro relazione.

Lui nega, ovviamente, ma chi dei due sta dicendo la verità? Sophie resterà al fianco del marito? Quali ripercussioni dovrà affrontare il loro matrimonio?

Una storyline avvincente

James si trova al centro di un’attenzione mediatica sempre più forte e, se da una parte il Primo Ministro continua a dimostrargli fiducia e amicizia, dall’altra sua moglie Sophie si trova a vedere il suo mondo e le sue certezze sgretolarsi, lentamente ma inesorabilmente.

Il suo ruolo “pubblico” le impone di presentarsi in tribunale per sostenere il marito, per dimostrare a tutti che lei gli crede ma, una volta tornata a casa, al sicuro dietro la porta chiusa, i dubbi hanno il sopravvento e Sophie mostra un lato di sé molto più fragile e vulnerabile di quanto si potesse credere.

Episodio dopo episodio la storyline si complica, sostenuta da una tensione crescente che tiene gli spettatori incollati allo schermo.

In ogni episodio, poi, presente e passato si alternano molto spesso, grazie a un uso piuttosto marcato di flashback che ci riportano agli inizi della relazione tra Sophie e James, quando entrambi frequentavano Oxford. Se questi flashback possono in parte destabilizzare e sembrano allontanarci dal fulcro della storia, in realtà essi hanno uno scopo ben preciso che non è solo quello di mostrare l’appartenenza di Sophie e James a classi sociali privilegiate, abituate a ottenere facilmente quello che vogliono, sfruttando a proprio vantaggio chi li circonda.

I flashback, infatti, gettano luce anche sull’amicizia tra James e l’attuale Primo Ministro: entrambi, a Oxford, erano membri di una confraternita piuttosto goliardica il cui comportamento non era proprio irreprensibile. Emerge l’immagine chiave di giovani privi di preoccupazioni, certi del loro futuro brillante, ragazzi “vincenti”.

Questi frammenti di episodi passati, a volte apparentemente slegati tra loro, vanno pian piano a comporre un quadro molto più ampio: le azioni passate hanno avuto una ripercussione sul presente molto più profonda di quanto si possa immaginare.

Mentre una parte della narrazione chiarisce il passato, parallelamente, ai giorni nostri, continua lo scontro in aula tra James e Olivia, scontro portato avanti magistralmente dall’avvocato dell’accusa Kate Woodcroft (una gelida e composta Michelle Dockery, la Lady Mary di “Downton Abbey” per intenderci) e quello della difesa Angela Regan (interpretata dall’ottima Josette Simon).

Ci sentiamo parte della giuria, tentiamo di venire a capo dei misteri che legano le due linee temporali, ma la verità (sempre che sia una sola) continua a sfuggire…

Sophie

Al di là di una storyline ben costruita e di alcuni plot-twist decisamente notevoli (da restare letteralmente a bocca aperta), quello che più colpisce in “Anatomia di uno scandalo” è il personaggio di Sophie Whitehouse.

Sienna Miller in questo ruolo ci regala un’interpretazione davvero straordinaria, confermandosi un’attrice versatile e carismatica. Se nelle prime inquadrature Sophie appare sicura, certa del suo ruolo e della sua posizione, perfettamente a suo agio al centro dell’attenzione in un evento mondano, via via che la storia procede la sua sicurezza si sgretola e si ritrova a mettere in dubbio tutto ciò a cui aveva attribuito valore, ponendosi domande che, forse, avrebbe dovuto porsi molti anni prima.

La Miller è bravissima a mostrare la debolezza inziale di Sophie, pronta a farsi trasportare dagli eventi, a cercare ostinatamente di resistere al dubbio.

Sophie è una moglie modello: ha rinunciato al lavoro e a una carriera per dedicarsi ai figli ancora piccoli e, soprattutto, a suo marito, per sostenerlo nella sua ascesa politica. Eppure James, durante una conversazione, sminuisce gli studi portati a termine dalla moglie, mettendo in dubbio le competenze e capacità di Sophie.

Certo, si corregge appena si accorge della gaffe fatta, cerca di limitare i danni, ma l’atteggiamento dell’uomo appare comunque condiscendente e Rupert Friend è magistrale nell’interpretare l’ambiguità di un politico, abile a cavarsela grazie all’ uso sapiente delle parole e dei sorrisi amichevoli.

Se è vero che il percorso di Sophie sembra in discesa, la vede in balia degli eventi (e la Sophie dei flashback non mostra poi tanto un carattere più forte), è altresì vero che si riscatta ampiamente verso la fine. Troverà il coraggio di reagire non solo per sé stessa, ma anche per i figli e per il loro futuro: la necessità di proteggerli e di tenerli al sicuro da un ambiente che potrebbe rovinarli sarà centrale nelle sue scelte finali.

Il confronto finale con il marito è recitato alla perfezione sia dalla Miller che da Friend. Sophie finalmente vede il marito, e il loro mondo, per quello che è al di là di qualsiasi facciata e capisce che, per essere veramente libera deve affrontare la verità, non farsi definire dal marito ed esserne ombra ma trovare la sua vera voce, rompere metaforicamente lo specchio che finora aveva riflesso un’immagine distorta, seppur bellissima, di quello che era la sua vita.

Nelle ultime scene vediamo una Sophie molto più serena e sicura di sé, molto più “reale” e il suo cambiamento è sottolineato anche dall’abbigliamento e dal trucco (quasi assente), diametralmente opposti rispetto alla prima scena in cui ci era apparsa, truccata e vestita alla perfezione per una festa mondana. Fateci caso, vi sembrerà davvero di vedere un’altra donna.

La ricerca della verità

Lo scontro in tribunale ha al suo centro l’accusa di stupro rivolta a James e vede difesa e accusa fronteggiarsi facendo ricorso a ogni mezzo possibile, non ultimo per la difesa quello di sminuire la testimonianza di Olivia.

Per la difesa, una volta sentite le testimonianze di ambo le parti, Olivia non avrebbe reso chiara la sua posizione, non avrebbe espresso inequivocabilmente il suo rifiuto, apparendo in fondo consenziente.

La difesa punta a voler far passare la vittima quasi per colpevole, a screditarla: Olivia era ancora innamorata dell’ex amante, forse il suo è un tentativo estremo di vendicarsi per essere stata lasciata…

Fin qui la storia è tragicamente simile ad altre che vedono un’accusa di stupro al centro della narrazione (con i soliti colpi bassi della difesa che punta il dito contro la vittima, quasi a voler suggerire il fatto che “se la sia cercata”), ma Anatomia di uno scandalo” non si ferma a questo, va ben oltre, scatenando una sorta di effetto domino che porta i protagonisti a confrontarsi con drammi passati, verità nascoste, questioni irrisolte.

Ben presto è la ricerca della verità a farla da padrone, la volontà di andare oltre la verità apparente, anche a costo di scoperchiare il vaso di Pandora.

Sono molti i personaggi che hanno qualcosa da nascondere o da perdere, anche quelli apparentemente insospettabili e tutto riporta a quel passato a Oxford che pian piano si ricostruisce, portando infine Sophie (e noi con lei) a rimettere insieme tutti i pezzi.

In quest’ottica l’accusa di stupro è solo parte del puzzle, sembra quasi un pretesto per un’indagine molto più complessa sulla percezione della verità. Ne esiste una soltanto? Oppure ogni personaggio ne ha una percezione diversa? Quanto siamo disposti a mentire a noi stessi per fare in modo che la realtà si pieghi alla nostra percezione? Quanto modelliamo i fatti per raccontarci quello che più ci conviene? “Anatomia di uno scandalo” cerca di rispondere a queste domande, portando avanti la narrazione come attraverso un gioco di specchi, dove tutto sembra avere un riflesso distorto.

Bellissimo è anche il confronto tra Sophie e l’avvocato dell’accusa Kate Woodcroft, gelida solo all’apparenza, due personaggi femminili apparentemente agli antipodi che tuttavia hanno in comune molto più di quanto si immagini. L’esperienza che le avvicina e che affrontano, seppure da punti di vista diversi, sarà catartica per entrambe.

I sei episodi si guardano davvero tutti d’un fiato e il finale non lascia insoddisfatti: in qualche modo, la verità, o parte di essa, viene finalmente galla.

 

Alessandra Carminati

Related Posts

Leave a Reply