fbpx

Gender pay gap: quando il salario diventa una questione di genere

Di Giorgia Monti.

In occasione del suo discorso programmatico al Senato del 17 febbraio, il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha affrontato la tematica della parità (o meglio, disparità) di genere, evidenziando come l’Italia presenti uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa. 

Anche al di fuori del nostro Paese, però, quella del gender pay gap è una tematica tristemente attuale: di cosa si tratta, nello specifico, qual è la situazione attuale e quali sono le prospettive future? 

Che cos’è il gender pay gap

Il gender pay gap è solo una delle tante manifestazioni della disparità di genere all’interno del contesto lavorativo e indica la differenza di salario percepito tra uomini e donne. Secondo uno studio su scala mondiale condotto da PayScale, nel 2020 le donne hanno guadagnato, in media, il 19% in meno rispetto ai propri colleghi – il che significa che per molte donne è come aver lavorato gratis per due mesi – e sebbene ci troviamo di fronte ad un leggero miglioramento rispetto agli anni precedenti, la strada da percorrere può dirsi ancora lunga. 

Perché ciò avviene? Alla base del fenomeno del gender pay gap ci sono diverse cause, prima fra tutte la discriminazione sul posto di lavoro che porta le donne a percepire un salario inferiore rispetto agli uomini – nonostante le pari prestazioni. 

La disparità salariale, tuttavia, apre una finestra su una serie di problematiche molto più ampia. Trova la sua origine e causa, innanzitutto, nella disparità e discriminazione sociale, che porta a svalorizzare le competenze delle donne nel mondo del lavoro e ad associarle unicamente alla cura della famiglia, influenzandone così il percorso e la possibilità di crescita. Ad influire ulteriormente su questa discrepanza è la scarsa rappresentazione femminile in posizioni dirigenziali: nei Paesi dell’Unione Europea, infatti, meno del 10% dei CEO di top-company sono donne.

La disparità salariale in Italia

Se nel 2018 l’Italia era fra i Paesi dell’Unione con il minor tasso di disparità salariale, questa tendenza è drasticamente cambiata nel corso del 2020, complice la crisi da Covid-19. Secondo l’analisi realizzata da ODM Consulting, il gender pay gap generale è passato dal 3,9% del 2018 al 9,1% del 2020 – con alcuni settori in cui questa disparità è persino maggiore, come quello industriale dove il dato sale all’11,2%. 

Considerando che la media europea del gender pay gap è del 16,6%, quello italiano potrebbe sembrare un dato comunque basso, ma purtroppo va specificato che questo calcolo non tiene presente il tasso di occupazione e il titolo di studio. Eurostat ha realizzato il ricalcolo sulla situazione italiana, questa volta tenendo conto dei due fattori: nel settore privato, il gender pay gap sale al 17,9%.

Prendendo in considerazione un altro criterio ancora, l’indice Eurostat che analizza il numero di ore lavorate sulla retribuzione mensile lorda mostra come la differenza dello stipendio femminile da quello maschile salga al 23,7%: i livelli retributivi più bassi non sono collegati a una performance inferiore.

Il tema della disparità salariale in Italia affonda le sue radici in problemi ben più gravi, che hanno a che fare con una sostanziale discriminazione di genere in ambito lavorativo. Il dato più triste e recente ci viene fornito dall’Istat: in seguito alla pandemia e la crisi economico-lavorativa che ne è scaturita, solo nel mese di dicembre 2020 ci sono stati 101mila nuovi disoccupati. Di questi, 99mila (il 98%) sono donne. Il dato va a peggiorare ulteriormente un divario già tristemente conosciuto nel panorama lavorativo italiano: come riportato dal Censis, fino all’inizio del 2020 solo il 42% degli occupati complessivi del Paese era rappresentato da donne e il tasso di attività femminile equivaleva al 56% contro il 75% di quello maschile. 

Ma quali sono le motivazioni per un tale divario? Le spiegazioni potrebbero essere tante e complesse. Sicuramente alla base vi sono una serie di aspettative sociali molto radicate, prima fra tutte l’idea secondo cui la donna non sia tradizionalmente abbinata al mondo lavorativo, bensì a quello della cura famigliare. A causa di questa costruzione mentale, ancora oggi molte donne si sentono screditate sul posto di lavoro, trovandosi a praticare un’occupazione part-time involontaria (circa il 19,5% è vittima di questo fenomeno) e percepire un salario inferiore rispetto ai loro colleghi. 

Cosa aspettarsi dal futuro?

In Italia assistiamo ad uno scenario indiscutibilmente non tra i più floridi. Quello del gender pay gap è un problema in primo luogo per le donne, ma anche un ostacolo per l’intera economia del Paese, che oggi più che mai manifesta il bisogno e la necessità di ripartire. Di fronte all’ostacolo della discriminazione lavorativa, le donne rispondo con la voglia di lavorare e di realizzarsi su tutti i piani, valorizzarsi nel lavoro e nella vita. Per questo è necessario rivalutare l’intero sistema sociale su cui si fonda, anche, il nostro modello lavorativo, e questo non può avvenire senza l’intervento politico.

Le prospettive del Presidente Draghi offrono un velo di ottimismo alle donne, che forse per la prima volta si sentono davvero prese in considerazione dalla politica – almeno per ora. Con la promessa del nuovo Governo di lavorare puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro, si intravede un piccolo spiraglio di luce che potrebbe invertire la rotta della tragica tendenza a cui siamo stati abituati fino ad oggi e riuscire, finalmente, ad abbattere le disparità.

Related Posts

Leave a Reply