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Il calcio è (anche) un gioco da ragazze: intervista a Giulia D’Angelo

Benvenuti e benvenute nella rubrica #MeetTheSpeaker, l’occasione giusta per conoscere meglio le professioniste parteciperanno a WomenXImpact il 18-19-20 Novembre 2021 al FICO Eataly Bologna e Online.

Partnership Manager il Chelsea Football Club, la protagonista della rubrica #MeetTheSpeaker di oggi è una giovane donna piena di entusiasmo e determinazione.

Da ormai più di cinque anni nel mondo del calcio, Giulia D’Angelo è infatti un’ex-bocconiana atipica: ha lasciato l’economia e la moda dietro di sé per abbracciare una delle passioni che la accompagnava fin da piccola, quella per il calcio.

Ciao Giulia, benvenuta! La prima domanda viene abbastanza spontanea, visto il tuo percorso professionale: come nasce la tua passione per il calcio e quando hai capito che poteva diventare un lavoro?

La passione per il calcio è nel mio DNA: mia madre e mia nonna andavano a vedere la Serie A tutte le domeniche quando vivevano ad Ascoli, anche senza mio nonno… Quando mia nonna vede le partite in televisione si anima moltissimo (fuorigioco! rigore!), per me è puro intrattenimento!

A livello lavorativo, il calcio ti permette di fare un lavoro estremamente dinamico: non esiste una “routine”, ogni giorno è diverso da quello prima, si incontrano sempre persone nuove e diverse. Dopo l’università, ho fatto alcuni stage in ufficio e mi sono accorta che stare otto ore davanti al PC non faceva per me. La staticità del mandare mail e riempire file Excel non fa decisamente per me. 

Sono arrivata a questa consapevolezza dopo anni, ma il vero momento di svolta è stato quando mi sono accorta che, a una partita delle giovanili del Milan, c’era una ragazza sugli spalti che non stava ferma un attimo, che coordinava l’evento fin nei minimi dettagli. L’ho guardata e ho pensato: questo sì che è un lavoro che mi piacerebbe fare!

Quella ragazza è stata per me una grande fonte d’ispirazione: una donna felice, motivata, in un mondo che pensavo fosse esclusivamente maschile.

Nel tuo curriculum ci sono molte esperienze all’estero: durante l’università infatti, sei stata prima al Babson College, negli USA, poi in Erasmus a Lisbona: cosa ti hanno insegnato queste esperienze?

Fin da piccola, mi è sempre piaciuto molto viaggiare. Alle medie, per esempio, la mia scuola aveva organizzato uno scambio interculturale con il Portogallo. Avevo undici anni all’epoca, e durante lo scambio mi ero addirittura messa in testa di imparare il portoghese da sola, dato che la famiglia ospitante non parlava italiano, né inglese, e io invece avevo moltissima voglia di mescolarmi con altre culture e approfittare di questa esperienza per imparare cose nuove.

Anche all’università ho continuato ad avere questa “vocazione internazionale”: ho scelto la Bocconi proprio per i suoi programmi di scambio, che mi hanno permesso di andare negli Stati Uniti e poi di nuovo in Portogallo. Vengo da una cittadina piccola nelle Marche e queste esperienze mi hanno permesso di conoscere persone diverse e capire come una parola così astratta come “cultura” si manifesti nella realtà, nella vita di tutti i giorni delle persone. 

Adesso che vivo nel Regno Unito, ammetto che vivere “da straniera” non mi pesi, anzi: avrei paura a tornare in Italia, l’atmosfera che si respira all’estero mi motiva molto! L’anno scorso, durante il lockdown, mi sono persino messa in testa di imparare un’altra lingua da sola: ho seguito per mesi un corso online di spagnolo e durante l’estate sono stata tre settimane nel sud della Spagna, ad Almería, per perfezionare il mio spagnolo. La voglia di fare qualcosa di positivo mi ha aiutata molto in quel periodo, e continua a motivarmi ancora adesso. 

Da Gucci all’Inter: come sei passata dal mondo della moda a quello del calcio?

Uscita dalla Bocconi, ero convinta di voler fare moda. In realtà, avrei voluto lavorare nel calcio, ma nessuno rispondeva alle mie candidatura. La moda era uno degli sbocchi professionali che offriva la mia laurea, quindi mi sono buttata e ho fatto due stage, uno a Gucci e uno a New York. 

Durante lo stage a Gucci, mi ricordo che era il periodo dei mondiali in Brasile e succedeva sempre una cosa molto curiosa: tutti entravano in ufficio con “Vogue”, e io con la “Gazzetta dello sport”. Quando si lavorava fino a tardi, nessuno si lamentava, ma io non vedevo l’ora di poter scappare a casa a vedere le partite.

Lavorare nella moda mi ha insegnato comunque moltissimo e mi tornerebbe di certo utile anche adesso, in caso mi trovassi a lavorare con uno sponsor di moda. All’epoca, però, avevo capito che non era la mia strada, quindi dopo i due stage ho deciso di lasciare quel mondo e buttarmi sul calcio. Il resto è storia, come vi racconterò nel mio speech all’evento!

Com’è stato il grande salto da Milano a Londra per lavorare per il Chelsea Football Club?

L’Inter per me era come una famiglia: i miei colleghi (e le mie colleghe, soprattutto!) erano persone splendide, a cui sono ancora molto legata. Lavorare nell’Inter era il mio sogno italiano, ma la Premier League ha un fascino a cui è difficile resistere.  Dopo qualche anno all’Inter mi sono resa conto che per approdare in Premier League dovevo essere nel Regno Unito e che una volta lì avrei potuto imparare e progredire più rapidamente. 

In quel periodo avevo conosciuto dei professionisti che venivano dall’Inghilterra e uno aveva lavorato alla O2 Arena. Ho deciso di provare a candidarmi per un posto nel loro dipartimento di sponsorship, visto che molti profili nello stesso dipartimento venivano da grandi squadre di calcio inglesi. Il primo ruolo per cui mi ero candidata era risultato troppo “amministrativo” per me, quindi non sono stata presa.

Dopo qualche mese però, si sono ricordati della mia candidatura e mi hanno richiamata per un posto più in linea con le mie competenze. Me lo ricordo benissimo: era il giorno della Brexit. Non ho esitato un attimo e mi sono trasferita a Londra. Appena arrivata sono andata a vedere lo stadio del Chelsea, Stamford Bridge, e mi sono detta ‘’Un giorno lavorerò lì’’.

Il lavoro all’O2 Arena per me era un modo per entrare nella Premier League, dove sognavo di lavorare. Ma non è stato proprio un percorso facile come speravo: ero l’unica straniera in ufficio e la differenza culturale si faceva sentire. La vita a Londra era durissima, mi sentivo come un numero: prendevo la metro per ore per andare a lavoro, a mala pena avevo i soldi per arrivare a fine mese. Ho deciso di darmi un limite temporale: se dopo tre anni non fossi riuscita ad arrivare dove volevo, avrei cambiato piano.

Nel frattempo, facevo  colloqui per tornare nel calcio. Quando mi rifiutavano, era una sconfitta, sentivo il mio sogno sfumare via. 

Finalmente, nel 2018 ho fatto domanda per lavorare con il  Chelsea: si era aperta una posizione junior, ma avevo deciso di provarci comunque. Dopo i primi colloqui, mi hanno detto che avrei potuto provare con un ruolo più senior e che si era appena presentata un’opportunità per il posto di Partneship Manager, che era il ruolo che avevo sempre sognato!

Come vedi il ruolo delle donne nell’industria dello sport?

Nella mia vita professionale, ho sempre avuto più colleghe che colleghi. Non è vero che il calcio è un mondo di uomini: ci sono molte professioniste nell’ambiente commerciale, nel marketing, nelle risorse umane, nella logistica, nella sicurezza, ma anche nell’area sportiva! Non si vedono spesso, ma il loro impegno è fondamentale.

Appena arrivata all’Inter ebbi la fortuna di lavorare con Veronica Oldani, una professionista da cui ho imparato tantissimo. Lei aveva diversi anni di esperienza nel Club ed è stato bello vedere che una donna, in un mondo in cui non sempre le donne si aiutano, volesse insegnarmi tutto. Veronica mi ha preso per mano come per dirmi ‘’cammina con me!’’ e questa è una lezione al femminile che non dimenticherò mai.

Raccontaci 3 motivi per cui hai scelto di partecipare a WomenXImpact e perché altre donne dovrebbero fare lo stesso.

Ho sentito parlare di WomenXImpact da alcune amiche dell’università e ho pensato che, nonostante abbia partecipato a molti eventi, in realtà non ho mai avuto occasione di raccontare la mia storia.

Credo che le storie abbiano un potenziale incredibile. Ho notato che raccontare la mia esperienza, i miei sbagli e i miei successi ad amiche un po’ spaesate – lavorativamente parlando – le abbia aiutate a trovare la motivazione per indirizzare meglio il proprio percorso di carriera. Vorrei portare avanti questo circolo virtuoso e raccontare la mia storia anche sul palco, in modo da ispirare sempre più donne a lottare per i propri sogni.

Penso anche che partecipare a un evento come WomenXImpact sia un po’ come viaggiare, perché ti permette di conoscere persone nuove con storie molto diverse tra loro. Spero di imparare molto dalle altre speaker e dal pubblico dell’evento!

Infine, credo che sia giunta l’ora che le donne inizino a lavorare insieme. Come ho detto prima, io sono stata fortunata a incontrare una mentore straordinaria e delle colleghe in gamba. Se ci fossero più donne così, ci sarebbe più spazio per tutte!

Tutte le interviste sono opera di  Roberta Cavaglià, contributor per Wired, Linkiesta e Rivista Studio e fondatrice del progetto di divulgazione Flair.

 

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